martedì 10 luglio 2018

[Recensione] La leggenda del ragazzo che credeva nel mare di Salvatore Basile - Garzanti


Trama
Quando si tuffa Marco si sente libero. Solo allora riesce a dimenticare gli anni trascorsi tra una famiglia affidataria e l'altra. Solo allora riesce a non pensare ai suoi genitori di cui non sa nulla, non fosse che per quella voglia a forma di stella marina che forse ha ereditato da loro. Ma ora Marco ha paura del mare. Dopo un tuffo da una scogliera si è ferito a una spalla e vede il suo sogno svanire. Perché ora non riesce più a fidarsi di quella distesa azzurra. Perché anche il mare lo ha tradito, come hanno sempre fatto tutti nella sua vita. Eppure c'è qualcuno pronto a dimostrargli che la rabbia e la rassegnazione non sono sentimenti giusti per un ragazzo. È Lara, la sua fisioterapista, che si affeziona a lui come nessuno ha mai fatto. Lara è la prima che lo ascolta senza giudicarlo. Per questo Marco accetta di andare con lei nel paesino dove è nata per guarire grazie al calore della sabbia e alla luce del sole. Un piccolo paesino sdraiato sulla costa dove si vive ancora seguendo il ritmo dettato dalla pesca per le vie che profumano di salsedine. Quello che Marco non sa è il vero motivo per cui Lara lo ha portato proprio lì. Perché ci sono segreti che non possono più essere nascosti. Perché per non temere più il mare deve scoprire chi è veramente. Solo allora potrà sporgersi da uno scoglio senza tremare, perché forse a tremare sarà solo il suo cuore, pronto davvero a volare.

La mia opinione
Il nuovo romanzo di Salvatore Basile, "La leggenda del ragazzo che credeva nel mare" riesce a trasportarci immediatamente nella storia e nei suoi personaggi.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo in occasione di una presentazione e ho apprezzato molto l’umiltà, la schiettezza e il coinvolgimento che mette nelle sue storie, per questo mi sono approcciata al suo ultimo romanzo con molte aspettative che non sono state deluse.
Gli amanti del mare, come me, e soprattutto chi vive a contatto col mare ogni giorno, sanno quanto questo elemento della natura possa essere affascinante, ma allo stesso tempo pericoloso.
Marco, un giovane orfano che ha avuto una vita difficile, fatta di abbandoni e passaggi da una famiglia affidataria all’altra, di sofferenze e promesse mai mantenute, conosce bene l’acqua. Ne è completamente affascinato e quando, per la prima volta nella sua vita, si tuffa, capisce di essere nel suo elemento. Solo nell'istante in cui sta sospeso tra terra e mare e in quello successivo in cui entra a contatto con l'acqua, riesce a dimenticare ogni dolore e a sentirsi finalmente “qualcuno”. Anche perché, come un segno del destino, gli è stata regalata una macchia a forma di stella marina, che ha dalla nascita e che lo lega indissolubilmente al mare. 
Ma, come vi ho anticipato, il mare talvolta può essere pericoloso. E, dopo una brutta ferita a seguito di un tuffo da una scogliera, Marco è spaventato di fronte a quel gigante che potrebbe risucchiarlo da un momento all’altro. 
La sua vita cambierà radicalmente grazie all’intervento di Lara, la fisioterapista che lo prende in cura. Lara, per riuscire a far riacquistare fiducia a Marco, decide di portarlo nel paese dove è nata. Ma la riabilitazione di Marco non è l’unico motivo che ha spinto Lara a tornare nel suo paese natio. La fisioterapista, infatti, nasconde dei segreti che la accompagnano e torturano da anni, che neppure i suoi genitori conoscono. 
I segreti si rivelano al lettore piano piano, riusciamo ad intuire qualcosa, ma il quadro completo della storia si svela nelle ultime pagine, in un pathos crescente che fa sì che non si voglia abbandonare la lettura neanche per cinque minuti.
Un romanzo commovente, dove il protagonista non è solo il mare, ma anche molte tematiche importanti, come l’abbandono da parte dei genitori, la ricerca della propria identità e, tra tutte, quella che spicca maggiormente è l’amore, un sentimento che accompagna il lettore sin dalle prime pagine.
Una lettura perfetta per le vostre serate d’estate, sperando che, anche per voi, il mare possa fare da sfondo a questa bellissima storia.

Voto finale: 5/5


giovedì 5 luglio 2018

[Recensione] Sabbie Mobili di Malin Persson Giolito - Salani Editore



Trama
Stoccolma, il quartiere più elegante. Nella classe di un liceo cinque persone sono a terra, colpite da una raffica di proiettili. Accanto a loro, Maja Norberg: diciotto anni appena compiuti, brava studentessa, popolare, ragazza di buona famiglia. Tra le vittime ci sono il suo fidanzato, Sebastian Fagerman, il figlio dell'imprenditore più ricco di Svezia, e la sua migliore amica, Amanda. Nove mesi dopo, il processo sta per cominciare. Maja è accusata della strage e ha trascorso un lungo periodo in custodia cautelare. I giornali non le hanno dato tregua, nessuno crede alla sua innocenza, la ragazza della porta accanto si è trasformata nella teenager più odiata di Svezia. Peder Sander, l'avvocato difensore, ha il difficile compito di mettere in discussione quello che ormai sembra scontato per tutti, la colpevolezza della ragazza, e di fare emergere la verità di Maja. Che cosa ha fatto? O, forse, è quello che non ha fatto ad averla condotta a questo punto? Attraverso la voce di Maja, irriverente, dura, unica, ripercorriamo i fatti fino ad arrivare a quel terribile giorno. L'incontro con Sebastian, un amore malato e totalizzante, feste, tradimenti. E, mentre il racconto prosegue, si sgretola la facciata rassicurante di una comunità agiata in cui gli adulti si voltano dall'altra parte per non vedere i loro figli che - tra violenza, tensioni razziali e problemi di droga - affondano sempre di più nelle sabbie mobili.

La mia opinione
Il romanzo “Sabbie mobili” di Malin Persson Giolito, dal quale verrà tratta una serie Tv su Netflix (che ovviamente io non mi perderò) è davvero originale e interessante.
Non si tratta, infatti, del classico thriller che vi tiene col fiato sospeso, ma è un romanzo strutturato in modo molto particolare, ragionato e, a tratti, molto crudo.
Sicuramente chi ha una formazione giuridica come me lo apprezzerà, anche al fine di conoscere sistemi giudiziari diversi come quello svedese. Infatti, la storia inizia con il processo di Maja, protagonista del romanzo, accusata di aver commesso una strage nella sua classe, della quale lei sembra essere l’unica sopravvissuta.
Il libro ripercorre il processo sin dalle prime fasi e la cosa che mi ha colpito maggiormente è stata proprio la struttura che l’autrice ha voluto dare al romanzo e che lo rende, a mio parere, unico nel suo genere. Sin dall’inizio sappiamo cosa è successo. Maja è stata ritrovata sconvolta, di fronte all’omicidio dei suoi compagni di classe, tenendo tra le braccia il suo grande amore, Sebastian.
Tutti la ritengono colpevole, ovviamente più di tutti il Pubblico Ministero sarà quello che cercherà di dimostrare la sua colpevolezza, accompagnato dall’opinione pubblica che, come è tristemente noto, spesso condanna a prescindere. E nel caso di Maja ci sono tante cose che potrebbero farla apparire colpevole: non soltanto il fatto che non sia stata colpita dalle pallottole, ma anche il suo stile di vita. Spesso si viene giudicati a prescindere dai fatti, semplicemente per l’estrazione sociale o per come decidiamo di vivere la nostra vita. E Maja si trova nella parte più ricca di Stoccolma, fidanzata con Sebastian, un ragazzo tanto affascinante quanto problematico.
Emergono tanti argomenti attuali: l’uso di droghe da parte dei più giovani, l’abuso di alcool, il bullismo e le discriminazioni razziali. E poi l’argomento topico del romanzo: le stragi nelle scuole, un fenomeno che siamo abituati ad imputare agli americani ma che, in realtà, colpisce anche molte altre realtà, come quelle della Finlandia o della Svezia.
L’autrice ha costruito un buon romanzo, che svela piano piano cosa è successo quel fatidico giorno in cui i compagni di classe di Maja sono stati assassinati. Non manca qualche colpo di scena, ma non è un thriller ad alta tensione, per cui lo consiglio a chi ama i gialli particolari, diversi dal solito, dove l’autore si concentra più su argomenti sociali che su creare colpi di scena. Proprio questo, talvolta, devo ammettere che ha portato a parti un po’ noiose, come discorsi economici o etici non necessari ai fini della storia.

Voto finale: 4/5


lunedì 2 luglio 2018

[Recensione] Diario di un condannato a morte di Alessandro Piana - Bookabook




Trama
"Diario di un condannato a morte" racconta gli ultimi otto anni dì vita di William Van Poyck, detenuto nel braccio della morte della Florida, tra il 17 aprile 2005 e il 12 giugno 2013, giorno della sua esecuzione tramite iniezione letale. Il libro, partendo dalle lettere che William ha inviato alla sorella Lisa, mette a nudo tanti episodi di vita nel braccio della morte, portando alla luce maltrattamenti, condizioni estreme, privazioni di diritti e abusi di potere difficilmente immaginabili per un lettore "libero". Le considerazioni di William non sono mai banali e ci conducono in un mondo parallelo e nascosto dove i detenuti, alle prese con la costante paura di morire, sono costretti a trovare un senso alla loro vita "a tempo determinato”.

La mia opinione
Il libro “Diario di un condannato a morte” racconta la storia di William Van Poyck, un detenuto americano nel braccio della morte, che si trova in questo “limbo”, in attesa dell’esecuzione, dal 2005.
Le lettere alla sorella Lisa sono toccanti e commoventi: parlano prima di tutto di un uomo, uno come tutti noi, che si è trovato coinvolto in un omicidio per il quale, come è tristemente noto, in molte parti degli Stati Uniti è prevista la pena di morte.
Quello che colpisce di più di questa storia è la cultura di quest’uomo, che nelle sue lettere dimostra non soltanto il pentimento per la strada che ha preso la sua vita, ma anche quanto sarebbe potuto essere utile, nel suo caso, un reinserimento nella società.
Nella vita tutti possono fare degli errori, gravi o piccoli che siano. Da giurista una delle prime cose che ho imparato è proprio la funzione rieducativa della pena. La cosa assurda, sulla quale questo libro mi ha fatto riflettere molto, è che, mentre ci sono delle persone che non si pentono e non si pentiranno mai e che magari vengono reintrodotte nella società e delinquono di nuovo, persone come William, che vedono tutte le possibilità di uscire dal carcere sfumare lentamente, meriterebbero una seconda possibilità.
Grazie a William ripercorriamo una buona parte della storia politica degli ultimi anni degli USA. Ed è scioccante vedere come, anche le pene di morte, siano di fanno politicizzate. Vedere un uomo che spera che il prossimo governatore sia clemente, o che sia un politico al quale convenga dare un immagine di sé “buona” per poter uscire dal carcere, invece che il politico che deve tenere “un pugno duro” davanti agli elettori, è stato davvero straziante.
Come strazianti sono le condizioni dei carcerati, un problema che è denunciato non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e in Italia. Una questione che, in ambito europeo, nonostante le numerose sentenze della Corte di Giustizia sul sovraffollamento delle carceri, sembra non avere soluzione.
Quello che posso dire, tramite la testimonianza di William, è che almeno noi non abbiamo la pena di morte, che è sicuramente il fondamento di un Paese democratico e che gli Stati Uniti, nelle loro mille contraddizioni, nonostante la loro modernità per certi aspetti, non sono ancora riusciti a raggiungere uniformemente.
Si tratta di un romanzo che scorre velocemente, è una raccolta di lettere che Alessandro Piana ha rivisitato e portato in Italia con il consenso della sorella di Van Poyck, Lisa, che si augura di diffondere la storia del fratello in più parti del mondo.
Quest’ultimo punto, la struttura epistolare, è forse l’unica cosa che mi ha delusa. Dalla trama e dal fatto che in copertina ci fosse il nome dell’autore mi aspettavo un romanzo, dove alle lettere di William si alternassero delle parti scritte dall’autore per entrare meglio nel personaggio.
Come vi ho annunciato il personaggio di William è talmente forte, talmente bello, che riesce ad insinuarsi dentro di voi ugualmente, facendovi emozionare, arrabbiare e soffrire con lui. Però, nella scelta delle vostre prossime letture, non aspettatevi un romanzo, ma una bellissima raccolta di lettere.

Voto finale: 3,5/5


giovedì 28 giugno 2018

[Recensione] La casa sul Bosforo di Pinar Selek - Fandango Libri




Trama
Una Istanbul da fiaba quella narrata da Pinar Selek attraverso i ricordi della sua infanzia e giovinezza nella "Casa sul Bosforo". Nell'arco di vent'anni, seguiamo l'intreccio amoroso di due coppie, quella della studentessa rivoluzionaria Elif e del musicista Hasan, e quella di Sema in cerca di se stessa e di Salih l'apprendista falegname. Ma il personaggio principale è il quartiere di Yedikule, carico di storia, di tradizioni, che conserva la sua autenticità nonostante lo scorrere del tempo. Tutti i personaggi che gravitano intorno ai quattro eroi principali sono vivi, tangibili, di tutti conosciamo l'origine, la vita quotidiana, il mestiere, le minuzie. E tuttavia è una fiaba non priva di ombre, il libro comincia con la denuncia del colpo di Stato del 1980 e descrive personaggi assetati di libertà e giustizia sociale, tentati dal terrorismo o spinti all'esilio. È una fiaba rosa dove le donne, romantiche e appassionate, prendono tutte in mano il loro destino mandando in frantumi i nostri pregiudizi. E in ultimo è una fiaba utopista e di confine, popolata da minoranze curde, armene e greche ben visibili: la resistenza curda è attiva, la cultura armena presente, i pogrom contro i greci nel 1955 e durante la crisi di Cipro vengono evocati. Può esistere un luogo dove persone di origini diverse s'incontrano e si aiutano reciprocamente?

La mia opinione
Il romanzo di Pinar Selek ci trasporta in una meravigliosa Istanbul, non priva di difficoltà.
La scrittrice, di cui vi lascio sotto una nota biografica, trasforma sotto forma di romanzo i suoi ricordi di infanzia, creando una storia che ruota attorno a due coppie. Da un lato Elif, giovane donna coraggiosa e rivoluzionaria, e il suo compagno sin dall’infanzia, Hasan, dall’altro Sema, una bellissima ragazza alla ricerca del suo futuro e Salih, apprendista falegname che lavora duramente per mantenere tutta la sua famiglia.
Una storia dove emergono tutte le difficoltà di un ceto sociale povero, che lotta duramente ogni giorno per dar da mangiare ai propri familiari, ma sopratutto è il ritratto di un Paese tormentato dove, spesso, l’espressione delle proprie idee porta necessariamente alla clandestinità. 
Il fulcro della storia è il colpo di Stato del 1980: non viene descritto nei dettagli, ma in ogni pagina emerge la durezza di questo cambiamento, che ha portato persone oneste a trascorrere anni in carcere solo perché le loro idee non coincidevano con quelle dei nuovi partiti. Tutti i partiti politici pre-1980, infatti, furono dissolti e i vecchi partiti perseguitati. 
Ogni personaggio della storia, anche quelli secondari, assumono un ruolo fondamentale, non soltanto per la testimonianza del colpo di Stato, ma anche delle persecuzioni alle minoranze armene, curde e greche, un altro tasto dolente della storia di questo Paese. 
Eppure, nonostante le diversità, colpisce il fatto che tutti i personaggi della storia sono legati tra loro, al di là di qualsiasi etnia, razza, credo politico o religioso e ceto sociale di appartenenza. Nel quartiere di Yedikule, dove si concentra la narrazione, infatti, tutti cercano di aiutarsi, è come entrare in una grande famiglia dove l’uno si prende cura dell’altro.
Il personaggio che più ho amato è quello di Elif: combattuta tra l’amore verso il padre, tornato da anni di prigione, e la voglia di fare la rivoluzione, di cambiare il proprio Paese in meglio. Penso che sia anche il personaggio che meglio esprime la figura dell’autrice. Pinar Selek, infatti, è una sociologa turca e attivista per i diritti umani, da anni costretta a vivere in esilio in Francia a causa di un incubo giudiziario che dura dal 1998 e che la vede accusata di essere una terrorista, sottoposta a torture durante la sua permanenza in carcere. Come il papà di Elif, anche il padre di Pinar, avvocato, è stato imprigionato per 5 anni dopo il colpo di Stato del 1980.
Una storia romanzata che è la testimonianza delle difficoltà degli abitanti di un Paese bellissimo, la Turchia, che permette a tutti i lettori di conoscerne i risvolti sociali e politici, in una narrazione fiabesca e coinvolgente, dove le donne sono le protagoniste indiscusse.

Voto finale: 5/5



L’autrice
Pinar Selek è nata nel 1971 a Istanbul in una famiglia di sinistra (suo padre fu imprigionato cinque anni in seguito al colpo di stato del 1980). Sociologa, i suoi lavori hanno come oggetto le minoranze oppresse dalla Repubblica turca. Nel 1998 comincia per lei un incubo giudiziario. È accusata di complicità con il PKK, viene torturata affinché confessi i nomi dei suoi contatti.
Resiste e in prigione viene a sapere di essere accusata di terrorismo. Malgrado l’annullamento della condanna e le quattro assoluzioni, l’accanimento politico e giudiziario continua.
Pinar Selek è costretta a vivere in esilio dal 2009. Fanno parte del suo comitato di sostegno composto da circa 4500 persone anche gli scrittori Ohran Pamuk e Yashar Kemal. Rifugiata politica in Francia, Pinar Selek ha insegnato all’Università di Strasburgo.
Nel 2013 ha pubblicato il romanzo “La maison du Bosphore”.

lunedì 25 giugno 2018

[Recensione] La bambina falena di Luca Bertolotti - Fandango Libri


Trama
Greta ha poco più di vent'anni e un buco nero nel proprio passato. Da piccola è apparsa dal niente sulla spiaggia di un paese della riviera spezzina e nessuno ha mai capito di chi fosse figlia. L'hanno trovata zuppa e arrabbiata che urlava al mare, poi niente, nessuno l'ha reclamata. Dopo qualche passo falso, ad adottarla e crescerla lontano nell'hinterland milanese è una famiglia con due genitori che sembrano quasi fratelli. Ha studiato, mollato gli studi, si è impiegata e ripiegata sui soliti lavori di chi una strada vera e propria non è riuscito a trovarla. Soffre di una sindrome rara, qualcosa che non uccide, ma che ogni giorno le ricorda che c'è un errore nel suo DNA, un difetto di fabbricazione. Se solo sapesse chi l'ha fabbricata, potrebbe almeno chiedere conto. Un autunno, quando le cose sembrano arrivate a uno stallo, torna su quella spiaggia e si mette in cerca del "buco" da dove è spuntata anni prima, si inerpica per una collina e scopre una casa nel bosco, ma oltre le mura di marzapane, a fare compagnia alla strega, potrebbe nascondersi un orco.

La mia opinione
Il romanzo di esordio di Luca Bertolotti, edito da Fandango libri, “La bambina falena”, non sembra per nulla un libro scritto da un autore “alle prime armi”.
Ve lo dico sia per la maturità dello stile dell’autore, per la sua sensibilità e per l’originalità della storia.
Il romanzo parla di Greta, una bambina che è stata abbandonata dai genitori e si è ritrovata sulla spiaggia di un paese della Liguria, apparentemente venuta dal nulla. Dopo tante ricerche, infatti, le forze dell’ordine non sono riuscite a risalire alle sue origini e, nonostante gli annunci, nessuno è venuto a reclamarla.
Come molti bambini abbandonati, Greta si porta dietro un forte sentimento di rabbia che neanche la famiglia adottiva riuscirà a smorzare. Oltre a questo, una malattia genetica che la rende diversa da tutti gli altri bambini, più fragile, eredità di una famiglia che non l’ha voluta.
Quando cresce, Greta decide di tornare sulla spiaggia nella quale è stata ritrovata da piccola per capire quale sia l’errore del suo DNA che la fa soffrire di dolori lancinanti, ma anche per conoscere finalmente il motivo del suo abbandono.
Dal momento in cui inizia la ricerca di Greta, il romanzo diventa una sorta di fiaba. Ci ritroviamo catapultati nel mondo dei fratelli Grimm, con la casa/prigione e la strega cattiva. 
In questo modo originalissimo, Luca Bertolotti affronta argomenti estremamente delicati. In primo luogo, la ricerca della propria identità e delle proprie origini, che è un tema che accompagna tutta la narrazione. In secondo luogo, la sindrome di Stoccolma a causa della quale, come è noto, il sequestrato crea un legame simbiotico con il sequestratore, fino a non rendersi conto della sua situazione. Ma affronta anche l’importanza degli affetti che non derivano da legami di sangue, ma che si creano e rafforzano col tempo e che, spesso, sono molto più importanti di quelli dei familiari in senso stretto. 
Un romanzo che ho apprezzato moltissimo proprio per l’originalità nell’affrontare argomenti così delicati, dove la realtà si mischia con la fantasia e dove le favole, talvolta, sono più verosimili di quanto immaginiamo.
L’unica pecca è il personaggio di Greta, per il quale non sono riuscita a provare empatia. Mentre altri protagonisti della storia mi hanno coinvolta e li ho sentiti emotivamente vicini, per Greta non ho provato nulla, nonostante fosse la protagonista del romanzo.
Per il resto, “La bambina falena” è un libro che vi consiglio di leggere se siete alla ricerca di un percorso originale, che affronta temi profondamente seri ma con un pizzico di magia e che ci fa tornare un po’ alle fiabe che ci raccontavano i nonni.

Voto finale: 4/5