venerdì 15 dicembre 2017

[Recensione] L'amico perduto di Hella S. Haasse - Iperborea




Trama
Due ragazzi crescono insieme nella natura lussureggiante e incantata di Giava, uniti da un mondo di avventure, esplorazioni e sogni tra i verdi campi di tè e le terrazze di risaie, i sentieri di terra rossa e i misteri delle foreste vergini del Preanger. L'uno è il figlio del direttore di una piantagione olandese e ama l'Indonesia e la sua gente come il luogo dell'anima dove è nato e a cui sente di appartenere. L'altro è Urug, figlio di un lavorante indigeno che grazie a una serie di circostanze fortuite riesce ad accedere agli studi e a seguire l'amico fino a Giacarta. Ma l'innocenza e la libertà dell'infanzia non tardano a essere travolte da avvenimenti inaspettati: il movimento di liberazione indonesiano, la Seconda guerra mondiale e la guerra coloniale rendono ineludibile una scelta di campo e portano i due giovani a guardarsi con occhi nuovi, a scoprirsi estranei, e a seguire i loro destini inconciliabili: l'uno ritrovandosi sradicato di fronte alla fine del proprio mondo con la consapevolezza di non avere mai conosciuto veramente quella che considerava la sua terra; l'altro alla ricerca di un'identità, di una rivalsa, di un nuovo inizio per sé e per il suo Paese. Considerato uno dei grandi classici della letteratura olandese, "L'amico perduto" è una delicata storia di amicizia che sfocia nel drammatico disvelamento di una lontananza, un romanzo di formazione attraversato da una nostalgia struggente che ancora oggi ci tocca per la sua forza profetica nell'affrontare l'eredità del colonialismo, la necessità di interrogarsi sul passato, quell'incomprensione che continua a minare un autentico dialogo tra diversi.

La mia opinione
Il romanzo “L’amico perduto” di Hella S. Haasse è un piccolo gioiellino poco conosciuto in Italia, ma considerato un classico della letteratura olandese.
Grazie ad Iperborea, che ci regala sempre delle meraviglie in quel formato particolarissimo che adoro, finalmente ho avuto la possibilità di conoscerlo. Tra i tanti libri che mi sono stati proposti nella mia formazione, specie scolastica, devo dire che questo mi è mancato, per cui spero che, se qualche professore o qualche alunno capita di qua, possa suggerirlo come lettura anche scolastica.
Il romanzo è ambientato nella bellissima Indonesia, dove si incontrano, e scontrano, culture diverse: gli indonesiani e gli olandesi, che, come è noto, colonizzarono quella terra a partire dal 1600. 
Nonostante il fenomeno del colonialismo è, per fortuna, soltanto un triste ricordo del passato, le divergenze da esso create sono inevitabilmente state ereditate.
E la storia del protagonista del libro, figlio del direttore di una piantagione olandese, e del suo amico Urug, un indigeno, è l’emblema non soltanto del colonialismo, ma delle sue conseguenze, tanto lontane temporalmente quanto, allo stesso tempo, attualissime. 
Il libro è un flusso di pensieri, quello appunto del protagonista, di cui non viene mai detto il nome. La cosa che colpisce di più è l’ingenuità del giovane che, anche da grande, non riesce a spiegarsi la motivazione della perdita dell’amico.
Scavando nel passato, si rende conto che, sin da bambini, c’erano delle differenze tra lui e Urug. Nonostante siano nati insieme, perché i genitori di Urug lavoravano per i suoi genitori, c’è sempre stato tra i due un leggero divario, sottilmente percepito dai bambini, ma reso evidente dal comportamento degli adulti. 
Nel corso del tempo, mentre l’olandese rimane sempre in un certo senso uguale, la loro diversità è amplificata da Urug, che si rende conto, al contrario, di quanto il fenomeno del colonialismo abbia avuto influenza nella sua vita. Così, mentre Urug ha un’evoluzione importante, che lo porterà a distaccarsi per sempre dall’amico, il protagonista sembra rimanere inerme da quelle che sono le circostanze della vita, è come se si piegasse a loro senza ribellarsi, accettando semplicemente la perdita, che pure lo fa soffrire.
L’ingenuità dei bambini è, come sempre, straordinaria. Riescono, con la loro innocenza, a fare quello che tutti noi adulti dovremmo non perdere mai di vista: non discriminare, andare oltre a quanto dettato dalle convenzioni sociali, dalle differenze di razza, classe o etnia. E più passa il tempo, più mi rendo conto che la società attuale ci pone davanti ad un enorme sfida in questo senso e mi chiedo se il retaggio del colonialismo, l’idea europea di sentirsi superiori potrà mai finire.
Probabilmente, anche con tutto l’ottimismo possibile, non possiamo cambiare il mondo da soli. E il messaggio che ho percepito da questo bellissimo romanzo è proprio quello di trasmettere ai nostri figli l’importanza dei legami, sopratutto quelli che si creano quando siamo piccoli, che sono poi quelli più forti e per i quali non possono e non devono esistere differenze di nessun genere.
Tra l’altro, la scrittrice è nata proprio a Giacarta e ha vissuto là nei primi anni di vita. Mi è piaciuto pensare che abbia provato delle situazioni simili e abbia voluto regalarci questa storia proprio per questo motivo, per farci capire come ci si senta ad essere “stranieri” nella terra in cui si è nati.

Voto finale: 5/5


1 commento:

  1. Leggo ovunque recensioni entusiaste di questo libro, e ancora non me lo sono procurato. Che diavolo sto aspettando?!

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