lunedì 13 marzo 2017

[Recensione] L'ottico di Lampedusa di Emma-Jane Kirby per Salani


Trama
Carmine di mestiere fa l’ottico, ha cinquant’anni e vive sull’isola di Lampedusa. Ha scelto di vivere nella meravigliosa isola incastonata nel Mediterraneo per la sua pace, per il mare bellissimo, blu cobalto, in cui nuotano i delfini. Carmine potrebbe essere ognuno di noi: ha la sua vita, si preoccupa del futuro dei figli ormai grandi, si tiene in forma facendo jogging, ha un’attività ormai avviata, degli amici, insomma una vita tranquilla e solida nella calma di questa terra tra la Sicilia e l’Africa. Sì, certo, anche qui qualcosa è cambiato, i turisti, i resti dei barconi abbandonati, i sacchetti di plastica che svolazzano, quei gruppetti di africani che vede camminare stancamente sulle strade dell’isola, autobus che ormai quasi ogni giorno escono dal porto stipati di migranti appena sbarcati, e poi tv e giornali traboccano di notizie di annegamenti e naufragi. Meglio non pensarci. Ma quel 3 ottobre del 2013 Carmine esce in barca con i suoi amici, a pescare e godersi il mare d’autunno, e all’improvviso si ritrova calato in quella realtà sino ad allora così lontana. In otto, con un solo salvagente recuperano quarantasette naufraghi, e la loro vita e quella dei salvati non sarà mai più la stessa. Tutti gli altri sono morti.
Questo romanzo non è solo il racconto intenso e indimenticabile del risveglio di una coscienza, ma anche una testimonianza toccante che riesce a evitare la retorica e l’invettiva riportando il problema dei migranti, senza banalizzarlo, alle sue dimensioni umanitarie, e che chiarisce la situazione di una crisi tuttora in corso, culminata in una del­le più imponenti migrazioni di massa della storia dell’umanità.


La mia opinione
Il romanzo-documentario "L'ottico di Lampedusa" ci racconta una delle più tristi realtà della nostra epoca: quella dei migranti che, alla ricerca di una vita migliore rispetto a quella che conducono nel loro paese d'origine, si imbarcano verso la nostra terra.
Come sappiamo, ed è purtroppo un fatto tristemente noto, nonostante tanti uomini, donne e bambini investano tutti i loro risparmi, le imbarcazioni non sono per niente sicure e, conseguentemente, i naufragi sono all'ordine del giorno.
La storia dell'ottico di Lampedusa, tratta dalla vicenda realmente accaduta di Carmine Menna, inizia proprio con il racconto di un naufragio.
È una bellissima giornata e l'ottico, la moglie e i loro amici hanno deciso di godersi due giorni di relax in mare, con la barca Galata. Improvvisamente, però, iniziano a sentire dei rumori, che risultano dopo poco essere dei lamenti. È proprio l'ottico, un uomo preciso abituato ad osservare ogni cosa nei minimi dettagli, che si accorge di quello che li circonda: tantissimi uomini e donne in mare, in cerca di aiuto per non morire affogati. Gli otto passeggeri della barca non restano indifferenti e organizzano una vera e propria squadra di soccorso. Saranno pochi quelli che riusciranno a salvare rispetto al numero dei migranti: solo 47. Eppure sono tanti.
Inizia così un lungo percorso psicologico che coinvolge l'ottico e gli amici. Se fino a poco tempo prima, infatti, le numerose notizie degli sbarchi clandestini, dei naufragi, il dramma dell'immigrazione lo lasciavano indifferente, quasi non fosse un suo problema, ora si sente parte di quel mondo. E sta male all'idea di non poter fare di più. 
La cosa più sconvolgente è il trattamento che ricevono queste persone una volta arrivate nel nostro Paese. È un argomento molto attuale e discusso. Ma spesso ci si dimentica una cosa: non sono numeri, ma esseri umani e, ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha il dovere di fare qualcosa. 
Questo è il messaggio principale che viene trasmesso da questo romanzo/denuncia, che trae ispirazione da un reportage curato dall'autrice, Emma-Jane Kirby.
Purtroppo molte persone rimarranno indifferenti e indignate: è quello che mi è capitato spesso di sentire quando abbiamo dovuto accogliere gli stranieri, che poi molto spesso in Italia neanche ci vorrebbero stare. Ma chi vorrebbe stare in un paese dove sei considerato un delinquente solo perché hai un diverso colore della pelle? 
Una cosa mi ha colpito tantissimo del romanzo: il paragone che, ad un certo punto, viene fatto con i campi di concentramento. Siamo così tanto cambiati se permettiamo che queste persone vengano considerati solo dei numeri e debbano essere confinati in un centro di accoglienza in un'attesa che sembra infinita? È un romanzo forte, a tratti angosciante, ma che sicuramente ci porta a fermarci, distogliere l'attenzione dalle nostre vite frenetiche e riflettere su ciò che ci circonda.

Nessun commento:

Posta un commento